Valentina Vallorani è nata a San Benedetto del Tronto nel 1991. Diplomatasi nel 2010, si iscrive nello stesso anno al corso triennale di Illustrazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, dove ha la possibilità di lavorare con nomi prestigiosi dell’illustrazione. In questi anni prende parte ai collettivi artistici Totem e Uomini Nudi che Corrono con cui partecipa a festival di editoria indipendente e a varie mostre collettive. Sue immagini sono state pubblicate da Kult Magazine (Liège, 2013) e dalla comics independent fanzine Sbim! (Roma, 2015). Frequenta attualmente il secondo anno del biennio del corso di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, dove vive e lavora.

Ha vinto la XI. Young Artist Exhibition – It’s me Artefatto (Trieste) e la VII. Edizione di Limen (Vibo Valentia). Tra le ultime collettive si ricordano Una corona di piume organizzata dalla galleria Tricromia, Premio d’Arte Quarelli, a cura di A. Demma (Parco d’Arte Quarelli, Roccaverano 2017), Lo Stato dell’Arte, a cura di A. Socrati (Museo Archeologico, Ancona 2017) e Favole Forme e Figure, a cura di F. Luser e C. Cervi (Galleria TRART, Trieste 2016).

Le carte, supporto unico, sono rappresentazione e spettacolo di battaglie immaginarie, voci o gesti lontani nel tempo, «storie incomplete di personaggi rocamboleschi, provenienti da non so quale mondo» avvisa l’artista, «dove la natura sembra non aver mai portato a termine la sua creazione, dove ogni essere sembra aver avuto ogni volta un contrattempo o impedimento nel suo farsi, e se la natura avesse voluto dar vita ad un cavallo avrebbe di certo finito per qualche sciagurato motivo per fargli un muso non identificabile, o delle zampe che ricordano quelle umane, senza logica connessione.

Valentina Vallorani accende una candela timida nella mente per tratteggiare fantasie di avvicinamento a un mondo magico svuotato dei suoi simboli e ridisegnato, stratificato, condensato con una elegante elasticità su carte di fortuna, strappate all’oblio quotidiano. Riciclare vecchi foglietti sgualciti, carte screpolate dal tempo, imballaggi dimenticati che conservano storie e sorrisi o contenitori, custodie, pacchi, astucci e scrigni vuol dire per Valentina Vallorani entrare nel campo degli incontri inaspettati, prendersi cura dell’antico e della sua eco, lavorare con una archeologia del sapere fatta di incroci, di memoria millenaria e collettiva, di avvenimenti minimi, di virate fantastiche, di battaglie mitiche e favolose.

a cura di Antonello Tolve

Ut pictura poësis. Questa locuzione di Orazio, nata per definire l’incontro tra la pittura e la poesia, è forse il viatico più felice a descrivere e decifrare il recente lavoro di Valentina Vallorani (San Benedetto del Tronto, 1991), il suo labirintico e vivace duello con la superficie, il suo narrare mediante sottintesi e leggerezze, il suo delineare forme che spiccano il volo e che sembrano trovar riparo in un mondo fatto di sogni ad occhi aperti, di pensieri, di croccanti sterzate miocinetiche, di appunti intimi e preziosi.

«Una poesia è come un quadro: c’è quello che ti prende di più, visto da vicino e un altro, se lo guardi da lontano; uno vuole la penombra, l’altro vorrà essere guardato a luce piena e non teme l’occhio acuto del critico; uno piace una volta, l’altro piacerà rivisto sempre».